Ippolito – 2012

Ippolito

di Euripide

Traduzione, adattamento e regia
Marco Blanchi

Con
Fedra – Siddhartha Prestinari
Ippolito – Ivan Ristallo
Ancella – Marika Murri
Teseo – Francesco Marzi

e con
Afrodite – Rebecca Valenti
Artemide – Valeria Longo
Messaggero – Fulvio Barigelli
Coro – Rossella Giammarinaro, Giulia Oliva, Tiziano Ferracci, Giacomo Mattia

Costumi: Cinzia Falcetti
Disegno Luci: Gianni Grasso

Movimenti coreografici
Marco Blanchi, Ivan Ristallo

Note di regia

Delle vicende di IPPOLITO (IVAN RISTALLO) figlio di TESEO (FRANCESCO MARZI) e della sua matrigna FEDRA (SIDDHARTA PRESTINARI) sono state date innumerevoli interpretazioni. Quello che però mi attrae verso questa tragedia, non è ciò che si sa o si vede, ma quello che resta nascosto e attraversa tutta la storia, ossia il confronto fra due personaggi che rappresentano due principii che si incontrano e si scontrano. Credo che sia proprio su questo punto, che la tragedia di Euripide si trasforma in una sublime indagine psicologica e diventa lo scandaglio attraverso il quale il poeta esplora le profondità della natura umana. La trama della tragedia è elementare e si potrebbe raccontare in poche parole: la dea AFRODITE (REBECCA VALENTI), offesa da Ippolito dedito solo alla caccia e al culto di ARTEMIDE (VALERIA LONGO), decide di vendicarsi e di punirlo, accendendo di desiderio per il giovane la matrigna Fedra e scatenando così una passione che culminerà nella morte di entrambi. Nel tentativo di aiutare la sua padrona ad ottenere quello che desidera così violentemente, l’ANCELLA (MARIKA MURRI) riferisce a Ippolito la passione di Fedra, ma questi, inorridito, fugge dalla reggia. A questo punto Fedra, terrorizzata dall’idea che Ippolito possa disonorarla di fronte a Teseo e ai suoi figli, decide di uccidersi, ma prima scrive una lettera nella quale lo accusa di averle usato violenza. Teseo, accecato dal dolore per la morte di sua moglie, dopo aver scoperto la lettera, maledice il figlio e lo bandisce dal suolo di Trezène. Se si volesse schematizzare, si potrebbe dire che in Fedra è l’Eros a dettar legge, per Ippolito si tratta della castità, mentre Teseo è mosso dall’ira per l’onore ferito. Ma questo è solamente uno schema molto superficiale ed Euripide stesso si sottrae a questa superficialità, immettendo lo spettatore dentro la sottile rete dei moti dell’animo e mostrandoci come ogni protagonista sia in realtà vittima di un gioco più grande di lui, un gioco “divino”. Ci insegna che in quanto vittime, devono essere compresi e giustificati nei loro eccessi e nelle loro debolezze. Un altro dei temi che ho incontrato in questa tragedia è lo scontro tra lo spirito e la materia. Nella raffigurazione di questa “guerra” però Euripide sembra dirci che non esiste un bene e un male, un giusto e un ingiusto. Il male non si identifica con il personaggio di Fedra e con la sua fisicità, come si sarebbe portati a pensare, né il personaggio di Ippolito, con la sua purezza e la sua castità, assume i connotati della perfezione e del bene. Piuttosto ci porta a pensare che entrambi gli atteggiamenti siano forme di allontanamento dalla completezza umana e per lui sono tutti e due ugualmente colpevoli. Per Euripide, il vero male, la tragedia dell’uomo e della donna, risiede nel volontario rifiuto di uno dei due poli necessari all’equilibrio della natura umana.
Marco Blanchi